(pensiero del mattino)
…A volte penso che con te mi piacerebbe fare un "Viaggio."
Portarci dietro pochi vestiti di quelli che puoi lavare nel lavandino e non c’è bisogno di stirarli…qualche libro scelto a seconda della destinazione…tanti fogli bianchi…una matita…due macchine fotografiche.
Andare verso nord o verso est o verso dove cade la moneta quando la lanciamo, basta che ci porti dove c’è verde…dove c’è acqua di fiumi o di laghi o di mari mai visti…Guido io…la moto
.. e va bene anche te dài. . .
…con gli occhiali da sole e musica da cantare e capelli scompigliati dal vento e da te.
Penso che mi piacerebbe fare un viaggio anche se non riesco a immaginare dove…come…solo me che mi giro e ci sei tu.
Fermarci quando vediamo qualcosa che ci colpisce…scrivere e baciarti e poi ripartire.
Dormirti addosso.
Raccontarti quello che sogno con gli occhi ancora chiusi.
Infilare le cose nello zaino con addosso una maglietta troppo grande e con i buchi.
Vorrei scrivere con te il viaggio che faremo, la notte che passeremo insieme…le città che vedremo..le stanze che ci vedranno muoverci insieme tra le quattro pareti…l’erba nella quale ci rotoleremo ridendo…l’acqua nella quale ci bagneremo coperti soltanto dalla notte…i libri che leggeremo a letto…i cibi che assaggeremo imboccandoci a vicenda con le dita.
A volte penso che riuscirei a farmi bastare cinque minuti di te e a volte penso che non mi basterai mai.
IL SIGNIFICATO PROFONDO DI CHIEDERE SCUSA ALLA MERDA # POLITOSCATOLOGIA
Pubblicato: 3 maggio 2013 in Notizie&Politica, Post senza categoriaEtichette: Ars, Grillo, Palermo, politici siciliani, preiti
stamattina ho visto tre politici palermitani di rilievo nazionale. Senatori e deputati di lungo corso che passeggiavano allegramente con le mani in tasca, che mangiavano a quattro palmenti al bar con gli amici e che si occupavano di pratiche di natura del tutto personale. Non uno, tre. In pieno centro: tre. Il loro ufficio è il Parlamento, anche con le braccia conserte e gli occhi chiusi dovrebbero stare lì, dovrebbero stare lì dentro anche senza fare niente, dovrebbero stare lì e basta perché quello è il loro posto di lavoro. Dovrebbero stare lì per pudore, perché è il minimo che possono fare visto il fracco di soldi che prendono, perché è il minimo che possono fare in un momento in cui la fiducia nei confronti della politica è inesistente, perché è il minimo che possono fare nei confronti di un qualunque altro lavoratore che suda 10 ore al giorno per mille euro al mese.
Ho sempre pensato che certi privilegi bisogna essere disposti a pagarli in qualche modo, vale per tutti, ma è uno scotto risibile per questi ladri in doppiopetto.
La natura del loro mandato e del loro “contratto” non prevede orari e sedi stabilite, d’accordo. Però non sono le parole di un cretino, o di una cretina qualunque, a causare certi episodi ma comportamenti al limite della decenza. Come passeggiare facendosi i fatti propri in una città diversa dalla quella in cui ha sede il proprio posto di lavoro.
E io, o chiunque altro, dovremmo pure stare attenti a quello che diciamo perché se la platea che ascolta è più grande di una qualunque ristretta cerchia di amici poi ci si concentra sulla forza di certe frasi che potrebbero influenzare negativamente? Allora io mi pento.
Mi pento di non avere avuto le palle di guardare in faccia questi tre signori e dirgli: oggi è venerdì, è un giorno lavorativo, vai a guadagnarti il pane grandissimo pezzo di merda. E chiedo scusa alla merda.
Devi bruciare
da cima a fondo
e poi magari per un poco
da sinistra a destra
e devi farti strapazzare
le budella
da un teppista
e da dame
indemoniate,
devi correre
sul ciglio della follia
barcollando,
devi bere
un fiume d’alcol,
devi patire la fame
come un gatto randagio
in inverno,
devi vivere
con l’imbecillità
di almeno una dozzina
di città,
e allora forse
forse
forse
per un fugace
maledetto
momento
puoi capire
dove sei.
Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra
dei miei tradimenti
le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi
le mie parole erano stanchezza, noia serale,
un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
il peso dei miei passi
che si allontanano esitando
quel peso sarà quello più grave
«Sono un ferro che oppone resistenza alla calamita più potente che esista»
«Aveva un’aria stanchissima, più stanca che triste; ho pensato: “è così che si esprime la sofferenza sui visi buoni. Non si manifesta, appare solo una grande stanchezza”. Chissà se anch’io ho l’aria stanca»
Cammino sulle uova…in punta di piedi…cercando il modo di dire o di non dire.
Lascio scorrere dita in cerca di fessure…di punti morbidi in cui spingere piano…sperando di non “rompere”…
consapevole delle impronte che lascio…colpevole…vostro Onore…di eccesso di tatto.
Sussurro…sto in silenzio…mi muovo cercando di non fare rumore.
Spalmami addosso quello che vuoi di te e non rimarrà mai in superfice…non con me.
Trattengo il respiro…a volte.
Perché so che se parlassi sarebbe a voce troppo alta per le tue orecchie.
Perché so che se appoggiassi i talloni e le mani improvvisamente sarei troppo pesante da sopportare. Troppo.
E così continuo a stare sulle punte sul filo con poche reti e ogni tanto cado da sola.
Se mi appoggiassi…sono sicura che cadremmo in due.
Sandra Mucè vive a Palermo, alcuni dei suoi scritti, per le suggestioni che rievocano, sono stati riportati e citati nell’ambito della mostra ”Un tocco di Luce Divina”, di Renato Livigni. La rassegna si è svolta lo scorso dicembre, presso il museo Bellini di Firenze. Donna dalla delicatissima sensibilità umana e artistica, Sandra Mucè coniuga intimismo e ricercatezza, semplicità e profondità, atmosfere liquide e paesaggi bianco e nero. A lei vanno i miei migliori auguri, mille di questi onori.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.
Se un giorno il tuo cuore si ferma,
se qualcosa smette di bruciare per le tue vene,
se la voce dalla bocca ti esce senza divenire
parola,
se le tue mani si scordano di volare e
s’addormentano,
Matilde, amore, lascia le tue labbra socchiuse
perché quel tuo ultimo bacio deve durare con me,
deve restare immobile per sempre sulla tua bocca
perché così accompagni anche me nella mia
morte.
Morirò baciando la tua folle bocca fredda,
abbracciando il grappolo perduto del tuo corpo,
e cercando la luce dei tuoi occhi serrati.
E così quando la terra riceverà il nostro abbraccio
andremo confusi in una sola morte
a vivere per sempre l’eternità di un bacio.
